Test di Coombs in gravidanza: cos’è e perchè farlo Il test di Coombs è uno degli esami da fare in gravidanza. Serve a individuare una eventuale incompatibilità tra il sangue della mamma e quello del feto: ecco cosa sapere.

test coombs in gravidanza

Durante i nove mesi di gravidanza la futura mamma si sottopone a una serie di controlli fondamentali per monitorare il benessere del bambino e della mamma stessa. Tra gli esami previsti nel ricco calendario di accertamenti c’è anche il test di Coombs gravidanza, un’indagine semplice ma molto importante perché permette di individuare una possibile incompatibilità tra il sangue materno e quello del feto.

Si tratta di un esame che spesso genera dubbi e preoccupazioni, soprattutto quando compare per la prima volta tra le prescrizioni. Per questo noi di BlaBlaMamma abbiamo raccolto tutte le informazioni utili per capire a cosa serve, quando si esegue e cosa significa davvero il suo risultato.

Cosa sono il gruppo sanguigno e il fattore Rh e perché sono importanti in gravidanza

All’inizio della gravidanza il test di Coombs permette di individuare il gruppo sanguigno della mamma e, soprattutto, il suo fattore Rh, che può essere positivo oppure negativo. Questo dettaglio, spesso sottovalutato nelle prime settimane, è invece molto importante perché aiuta a capire se potrebbe esserci una possibile incompatibilità tra il sangue materno e quello del feto.

Quando una donna ha un fattore Rh negativo e il feto è Rh positivo, i due tipi di sangue non risultano compatibili. Se durante la gravidanza oppure al momento del parto anche una piccola quantità di sangue fetale entra in circolo materno, l’organismo della mamma può riconoscere i globuli rossi del bambino come “estranei” e iniziare a produrre degli anticorpi anti-Rh (anti-D). È un meccanismo naturale di difesa, ma in caso di una gravidanza successiva questi anticorpi potrebbero attraversare la placenta e attaccare i globuli rossi del nuovo feto, provocando una forma di anemia chiamata malattia emolitica.

Va ricordato, però, che la sensibilizzazione può verificarsi anche prima della prima gravidanza. Alcune donne risultano immunizzate già all’inizio della gestazione, ad esempio a seguito di una precedente trasfusione di sangue o dell’esposizione a emoderivati incompatibili. Proprio per questo motivo il test viene prescritto a tutte le gestanti, indipendentemente dalla storia clinica, così da individuare tempestivamente ogni possibile rischio.

Cos’è il test di Coombs e quando si effettua

Il test di Coombs è un esame del sangue semplice ma fondamentale, eseguito su tutte le gestanti nel primo trimestre di gravidanza. Serve a verificare se nel sangue materno siano presenti anticorpi diretti contro i globuli rossi del feto, una situazione che si può creare soprattutto quando la mamma ha un fattore Rh negativo e il papà è Rh positivo. In questo caso aumenta la probabilità che il bambino sia Rh positivo e quindi potenzialmente incompatibile con la mamma.

Quando entrambi i genitori sono Rh negativo, il rischio non esiste perché il bambino sarà automaticamente Rh negativo. Se invece la mamma è Rh positivo, non c’è alcun pericolo di incompatibilità, indipendentemente dal fattore Rh del papà, e il test viene eseguito come controllo di routine.

Il monitoraggio varia in base alla situazione materna:

  • nelle donne con Rh negativo il test viene ripetuto con maggiore frequenza, spesso ogni mese, per individuare prontamente l’eventuale comparsa di anticorpi anti-D;
  • nelle donne con Rh positivo il test di Coombs viene generalmente ripetuto nel terzo trimestre come verifica finale.

In poche parole, il test permette di capire se l’organismo della mamma stia producendo anticorpi anti-D. Se presenti, questi anticorpi potrebbero attaccare i globuli rossi del feto e provocare un’anemia più o meno severa, chiamata malattia emolitica del feto. Riconoscere questa situazione per tempo permette ai medici di monitorare attentamente la gravidanza e intervenire quando necessario.

test di coombs

Test di Coombs diretto e indiretto

Il test di Coombs può essere di due tipi, test di Coombs diretto oppure test di Coombs indiretto. Entrambi si effettuano tramite un semplice prelievo di sangue e possono essere prescritti anche dal medico di famiglia, ma hanno scopi differenti.

Durante la gravidanza viene eseguito il test di Coombs indiretto, utile a rilevare la presenza di anticorpi materni che potrebbero reagire contro i globuli rossi del feto. Il test di Coombs diretto invece viene utilizzato soprattutto dopo la nascita, per approfondire i casi sospetti di malattia emolitica del neonato o altre condizioni in cui si sospetta che i globuli rossi del bambino siano già stati attaccati da anticorpi.

Il test di Coombs indiretto, coperto dal Sistema Sanitario Nazionale, serve a individuare eventuali anticorpi anti-Rh nel sangue materno. Questi anticorpi si formano quando una persona entra in contatto con globuli rossi diversi dai propri. Ciò può accadere dopo una trasfusione, ma anche durante una gravidanza, soprattutto se si verificano situazioni che favoriscono il passaggio di sangue fetale nel circolo materno. Può succedere in modo naturale o in seguito a procedure invasive come la villocentesi.

Rilevare questi anticorpi all’inizio della gravidanza è essenziale, perché se attraversano la placenta possono attaccare i globuli rossi del feto e provocare un’anemia più o meno grave, con conseguenze che richiedono un monitoraggio costante per tutta la gestazione.[ 1 ]

Cosa fare in caso di test di Coombs positivo?

Nella maggior parte dei casi il test di Coombs risulta negativo, segnalando che nel sangue materno non ci sono anticorpi diretti contro i globuli rossi del feto. Quando però il risultato è positivo, è necessario avviare un monitoraggio più attento per valutare come procede la gravidanza e prevenire eventuali complicazioni.

Dopo un risultato positivo, la futura mamma viene seguita con maggiore frequenza attraverso ecografie mirate a valutare lo stato del feto, la quantità di liquido amniotico e l’eventuale comparsa di segni indiretti di anemia. A queste valutazioni possono aggiungersi prelievi periodici per controllare il livello degli anticorpi e capire se la loro concentrazione aumenta, diminuisce o rimane stabile.

Gli scenari possibili sono diversi. In molte situazioni la presenza di anticorpi non comporta particolari conseguenze, mentre in altre può verificarsi una anemia fetale più o meno severa. Le forme più gravi, se non individuate per tempo, potrebbero portare a complicazioni importanti fino al rischio di morte intrauterina o danni neurologici dovuti a un’eccessiva distruzione dei globuli rossi.

Va comunque ricordato che la situazione è relativamente rara: solo l’1,2% delle donne in gravidanza presenta anticorpi anti-D e una quota ancora più ridotta, circa lo 0,4%, sviluppa complicazioni rilevanti. Un test di Coombs positivo non significa quindi automaticamente un esito negativo, ma richiede semplicemente un percorso di controllo più accurato. Sarà il medico curante a guidare passo dopo passo, spiegando cosa aspettarsi e quali esami effettuare in base all’andamento della gravidanza.

Immunoprofilassi anti-D: quando si fa e come funziona

L’immunoprofilassi anti-D è la misura preventiva più efficace per evitare che una donna con fattore Rh negativo sviluppi anticorpi contro i globuli rossi Rh positivi. È una procedura semplice, sicura e ampiamente utilizzata, che ha ridotto in modo significativo l’incidenza della malattia emolitica del feto e del neonato.

L’immunoprofilassi consiste nella somministrazione di immunoglobuline anti-D, cioè anticorpi specifici che impediscono al sistema immunitario della mamma di “attivarsi” contro eventuali globuli rossi fetali entrati nel suo circolo sanguigno. In pratica, queste immunoglobuline “neutralizzano” subito le cellule fetali Rh positive, evitando che l’organismo materno produca anticorpi propri, quelli che potrebbero causare problemi nelle gravidanze successive.

Quando si esegue l’immunoprofilassi? Di solito viene programmata in due momenti chiave:

  • a 28 settimane di gravidanza, come trattamento preventivo standard per tutte le donne con Rh negativo;
  • entro 72 ore dal parto se il neonato è Rh positivo, così da proteggere la mamma in vista di future gravidanze.

In alcune circostanze può essere necessaria anche al di fuori di queste tempistiche. Ad esempio, dopo amniocentesi, villocentesi, sanguinamenti in gravidanza, traumi addominali o qualunque situazione che possa favorire il passaggio di sangue fetale nel circolo materno.

La somministrazione è semplice e avviene tramite un’iniezione intramuscolare. Non ha effetti sul feto e non interferisce con lo svolgimento normale della gravidanza. È considerata un trattamento sicuro ed è raccomandata da tutte le linee guida internazionali perché permette di ridurre drasticamente il rischio di sensibilizzazione Rh.

Cos’è la malattia emolitica del neonato (MEN)

La malattia emolitica del neonato (o MEN) è una condizione che può verificarsi quando il feto è Rh positivo mentre la mamma è Rh negativo. In questa situazione si crea una compatibilità non perfetta tra i due gruppi sanguigni e, se il sangue materno entra in contatto con quello fetale, l’organismo della donna può iniziare a produrre anticorpi diretti contro i globuli rossi del bambino.

Nel caso della prima gravidanza il rischio è in genere ridotto, perché il contatto significativo tra i due flussi sanguigni avviene soprattutto al momento del parto. Questo però può portare alla cosiddetta alloimmunizzazione, cioè alla formazione di anticorpi materni che rimangono in circolo e che potrebbero essere pericolosi nelle gravidanze successive, quando attraverserebbero la placenta attaccando i globuli rossi del nuovo feto.

La gravità della malattia emolitica può variare molto. Durante la gestazione si va da forme lievi, con una moderata anemia fetale, fino a situazioni più severe che, se non trattate, possono portare al decesso intrauterino. Dopo la nascita il problema principale è l’iperbilirubinemia, cioè un forte aumento della bilirubina nel sangue del neonato, che provoca ittero intenso e che, nei casi più gravi, può causare danni neurologici.

La buona notizia è che oggi, grazie alla prevenzione con l’immunoprofilassi anti-D e all’attenzione nel monitoraggio durante la gravidanza, la MEN è diventata una condizione rara e spesso ben gestibile, soprattutto quando individuata in tempo.

Conclusioni

Il test di Coombs è uno degli esami più importanti del percorso di gravidanza perché permette di individuare tempestivamente una possibile incompatibilità tra il sangue materno e quello del feto. Conoscerne il significato, sapere quando si esegue e capire come viene interpretato aiuta a vivere questo passaggio con maggiore serenità.

Nella grande maggioranza dei casi l’esame risulta negativo e non richiede particolari attenzioni. Anche quando è positivo, però, non significa automaticamente che ci saranno complicazioni: ciò che conta è il monitoraggio costante, l’esperienza del team medico e l’eventuale ricorso all’immunoprofilassi anti-D, una procedura semplice e molto efficace nel prevenire la sensibilizzazione Rh.

Grazie ai controlli regolari, alla sorveglianza ecografica e ai progressi della medicina, oggi la malattia emolitica del neonato è diventata una condizione rara e nella maggior parte dei casi perfettamente gestibile. Restare informate e rivolgersi sempre ai professionisti di riferimento permette di affrontare con sicurezza ogni fase della gravidanza.

NOTE


1. Istituto Superiore di Sanità, Test di Coombs